L’Irccs per il Sant’Orsola La Regione accelera

L’Irccs per il Sant’Orsola La Regione accelera

Ok in commissione sanità L’Irccs per il Sant’Orsola. La Regione accelera L, Emilia-Romagna accelera la rivoluzione della sanità bolognese e dà il via all’iter per trasformare il Sant’Orsola in Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs). Stessa mutazione per il Maria Cecilia hospital di Cotignola. La commissione Sanità della Regione ha dato ieri parere positivo all’avvio del percorso per le due strutture. Per il Sant’Orsola, in particolare, il progetto prevede la trasformazione in Irccs della parte che riguarda «i1 polo dei trattamenti medico-chirurgici e tecniche interventiste multispecialistiche di alta complessità». Per l’ospedale privato di Cotignola, invece, nell’ambito dell’Irccs verranno racchiuse le discipline cardiovascolari. Se c’è unanimità sull’iter per il Sant’Orsola, qualche perplessità, anche in casa del Pd, perla struttura, privata, di Cotignola. L’assessore regionale alla Sanità Sergio Venturi sottolinea «la coerenza delle due domande rispetto alla programmazione regionale», sottolineando le differenze tra il modello emiliano-romagnolo e quello lombardo.

Soltanto un anziano su tre riceve cure appropriate

Soltanto un anziano su tre riceve cure appropriate

IL RAPPORTO OASI 2018 – Soltanto un anziano su tre riceve cure appropriate. Negli ultimi cinque anni, governi di vario orientamento politico hanno stanziato circa 3 miliardi di euro per finanziare riduzioni fiscali (abolizione Imu prima casa, bonus 8o euro) o nuove spese sociali (reddito di cittadinanza, superamento legge Fomero). Ma i temi nevralgici per la sopravvivenza del Servizio sanitario nazionale (Ssn) restano la Cenerentola delle priorità politiche e la presa in carico della cronicità, vera emergenza in un Paese che invecchia irrimediabilmente, è la grande incompiuta. A rilevarlo è il recente Rapporto Oasi 2018Osservatorio sulle aziende e sul sistema sanitario italiano, curato dal Cergas Bocconi. Le risposte alle necessità degli anziani sono infatti soddisfatte solo per il 32% del fabbisogno. Sempre secondo i dati Oasi, le fonti pubbliche coprono 1195% dei ricoveri ospedalieri, ma solo 16% dei ricoveri a lungo termine in strutture residenziali- quelle long term care che riguardano soprattutto i cronici over 65 – e il 16% delle prestazioni ambulatoriali. E il gap del Ssn sul fronte cronicità coinvolge anche le cure sul territorio, con una debolezza dei servizi domiciliari e della presa incarico post-ospedaliera: solo il 27% degli over 85 viene dimesso prevedendo strumenti di continuità assistenziale, mentre l’assistenza domiciliare registra un’intensità di 17 ore annue per utente (in riduzione rispetto alle 22 ore del 2008). Eppure, i trend demografici sono evidenti: il rapporto tra popolazione over 65 e popolazione attiva è pari al 35%, il più alto nell’Ue. E non c’è nessuna inversione di tendenza, soprattutto in assenza di servizi alle famiglie e politiche di conciliazione vita-lavoro: nel 2017, secondo l’ultimo report Istat, sono nati 15mila bambini in meno e tra il 2010 e 2017 la popolazione over 65 è cresciuta di 1,3 milioni di persone (+u%). «Un corto circuito demografico che mina le condizioni alla base del precario equilibrio dell’attuale sistema di Welfare», sottolineano gli esperti del Cergas. Che fare per gestire la crisi? Il Rapporto Oasi – oltre a proporre di stanziare almeno 10 miliardi per la sopravvivenza del Ssn – punta su una cura di management per la sanità pubblica, passando dalla spending review a una bureaucracy review. Senza tralasciare il riequilibrio delle dotazioni organiche, correlandole a popolazione residente, epidemiologia e incidenza del privato accreditato. E ridefinendo un mix strategico tra medici e professioni sanitarie, in modo da qualificare sempre più le competenze sia organizzative sia cliniche di entrambe le categorie.

Dieta mediterranea come modello. Ma il tema etico avanza

Dieta mediterranea come modello. Ma il tema etico avanza

I menù Gusberti dell’AUSL: «Dieta mediterranea come modello Ma il tema etico avanza» L’aspetto etico, in chiave alimentare, «sta venendo avanti anche qui, anche se meno rispetto, per esempio alla Lombardia». E anche vero che «i menù di Ribò hanno già molto dimensionato la presenza della carne, alternata in bianca e rossa, e di alimenti di origine animale», osserva Emilia Guberti che, per conto dell’Ausl, è direttore Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione. Insomma, è colei che veglia sulla pappa comunale il cui modello guarda alla dieta mediterranea «raccomandata dalle principali agenzie sanitarie nazionali e internazionali», oltre a fare «riferimento alle linee guida della Regione» stessa. Al netto delle diete speciali che richiedono il certificato (numeri «pressoché stabili»), precisa Guberti, il trend di quelle etico-religiose ha cominciato a dare segni di incremento «quattro o cinque anni fa». Ed è altrettanto evidente che, soprattutto la dieta no bovino e no maiale oppure no bovino e maiale, è legata alla presenza di «bambini stranieri non solo di religione islamica». Basta pensare anche al tema connesso con la macellazione che non è garantita secondo le regole della religione islamica oppure ebraica. Quanto poi alle diete, per esempio la vegana o la lov (latto-ovo-vegetariana e le sue varianti), va posta massima attenzione «alle possibili carenze», dalla vitamina B12 al ferro, vitamina D e al calcio, che «una simile alimentazione comporta. Se viene consigliata — spiega Guberti — deve assolutamente essere integrata con tutti i nutrienti» che mancano all’appello. «I bambini che seguono questa dieta devono essere attentamente monitorati nella loro crescita e nel loro sviluppo generale».

Dietro al menù di Ribò, conclude la responsabile del servizio dell’Ausl, «c’è molto lavoro non solo con Ribò e con il Comune, ma anche con le scuole e i genitori perché, alla fine, l’educazione alimentare la si fa quando si mangia a mensa o quando si fa uno spuntino a metà mattina» a scuola, ma anche a casa.